mercoledì 4 luglio 2012

Al parco Zoologico

Ricordi di bambino
Al parco Zoologico

Resterà sempre nella mia memoria di bambino le molte visite compiute al Parco Michelotti di Torino con il Nonno Guido, sede del Giardino Zoologico della città, allora rinomato e visitatissimo in ogni periodo dell’anno, poi chiuso quale una vergogna dalle giunte di sinistra che in alcuni lustri dalla metà degli anni ’70 in poi, hanno ridotto Torino ad un casermone dormitorio di stampo sovietico.
Lo Zoo dicevamo; era un appuntamento fisso, che si ripeteva più volte durante la bella stagione. Anche in questo caso, difficilmente si adoperava l’auto per raggiungere la meta. Il Tram, era efficientissimo nonostante una velocità d’altri tempi, ed il Nonno conosceva a menadito ogni linea, ed anche ogni singola fermata.
Scesi alla fermata posta davanti all’ingresso, non restava che attraversare l’ampio spazio che separava le biglietterie dalla fermata stessa, per ritrovarsi in breve “dentro” ad un racconto di Giglio Verne, ai margini di una foresta equatoriale da dove provenivano strani suoni e versi di strani animali.


Mentre il Nonno si adoperava per l’acquisto dei biglietti necessari, correvo verso l’entrata per sbirciare il prima possibile una delle meraviglie della natura e dello stesso parco Zoologico, un ampio stagno che ospitava tra veri canneti ed altri arbusti, uno stormo di fenicotteri rosa. Lasciava a bocca aperta, non tanto per l’eleganza di questi uccelli o per la loro mole (al tempo risultavano ben più altri del bimbetto che ero) ma per il candore del loro colore rosa appunto, accesissimo!
Entrati nel parco, ricordo ancora che dando le spalle all’entrata, verso destra era ubicato il rettilario, mentre verso sinistra, si potevano ammirare gli animali più grossi ed entusiasmanti. Soffermandosi qualche minuto ad ammirare da vicino i fenicotteri, si abbozzava un rapido “piano d’azione”, perché con il nonno, non si andava mai allo Zoo per visitare tutto, ma si preferiva fare più visite – brevi – per visitare questa o quella parte dell’area zoologica alla ricerca di stranezze e curiosità.
Con questo spirito quindi, si cercava di giungere in visita nell’ora in cui il servizio di sorveglianza era indaffarato a dare da mangiare agli animali ad esempio, oppure si visitava le parti coperte (rettilario o esposizione di farfalle ed insetti) quando il tempo piovoso, non permetteva di stare all’aperto. Insomma il Nonno sapeva il fatto suo sul tema. Il divertimento era assicurato!
Ricordo benissimo ad esempio il pasto dei leoni o delle tigri, perché era davvero impressionante vedere quali blocchi di carne erano distribuiti e quanto velocemente erano mangiati da questi grossi felini.
Un altro animale spesso ammirato erano le giraffe, che curvando il loro lungo collo, sembrava uscissero dai recinti per mangiarsi dall’alto, le carote o altro cibo consentito alla distribuzione dai visitatori.
Veramente vivaci e schiamazzanti le scimmie scimpanzé, un grosso gruppo socialmente organizzato, semi-libero all’interno di una grossa area depressa a cielo scoperto. Era possibile individuare gruppetti dediti alla spidocchiatura reciproca, al gioco, al combattimento talvolta, tra urla e versi incredibili, come un gruppo di insolenti ragazzini in piazza.
Altro appuntamento a cui non si rinunciava mai, era l’area occupata dagli orsi polari. Difficilmente questi grossi predatori si mostravano “attivi”, forse dovuto alle temperature elevate di una stagione a loro sconosciuta, ma talvolta, era possibile vederli saltare in piscina e nuotare con un’agilità insospettata.
Per loro il pasto prevedeva un numero imprecisato di secchi ricolmi di pesci di grossa taglia, per i quali erano disposti anche un tuffo fuori programma. Degli animali straordinariamente grossi gli orsi polari. Davvero!

Dovendo ricordare il rettilario, era estenuante sostare davanti alla grossa vasca attorniata di lussureggiante vegetazione tropicale ospitante il coccodrillo sperando in un suo movimento. Dubito ancora oggi che si sia mai mosso, ma il Nonno era abile a tenerci in attenzione indicandoci ogni minimo movimento “presunto” del grosso rettile. Era straordinario quando (è successo rare volte) le palpebre di questo o quell’occhio si chiudevano lentamente per poi riaprirsi. Torno a dire che il coccodrillo fosse di cera, ma resta il fatto che ci divertivamo un mondo ad osservarlo.

Quando la stanchezza sembrava volerci afferrare, il Nonno era sempre disponibile ad un gelato, una bibita o ad una delle altre ghiottonerie disponibili al chiosco. La strada di casa, era l’occasione per raccogliere e ordinare le impressioni avute durante la visita, per poterle raccontare a casa con il dovuto ordine alla Mamma. 

Non ho mai pensato allo Zoo di Torino come ad un campo di costrizione per animali, …al contrario, l’area dello Zoo, era splendidamente curata, con vegetazioni opportune e caratteristiche, fiori ed arredi ricercati. Gli animali erano in buona salute e coccolati da inservienti e visitatori. Anni dopo, ci vollero far credere che questa attrazione era una vergogna per la città ed il parco fu chiuso. Da allora i bambini di Torino guardarono gli animali sui libri… ora su internet, ma poterli osservare dal vivo, con i suoni ed anche gli odori caratteristici pur se in cattività, ritengo fosse tutta un’altra cosa. Un vero peccato, ma anche un ricordo il mio, raro e di inestimabile valore.

Alberto Conterio

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